PRONTO SOCCORSO

Davanti a me, sulla scrivania, ho una copia di Novella 2000.
Alla mia destra c'è un blocco di carta per fotocopiatrice, due o tre matite, una gomma ed una calcolatrice.
Mezzanotte è passata da poco.
E' una notte afosa; mi restano ancora sei ore di lavoro prima di porre termine al turno di notte.
Il telefono si mette a squillare.
Richiudo le pagine della rivista che sto leggendo e sollevo la cornetta del telefono.
- Pronto Urologia - dico, con voce assonnata.
- Sono il dottor Gobetti del Pronto Soccorso - sostiene l'uomo che sta all'altro capo del telefono.
- Abbiamo un'urgenza per il vostro reparto. Avete disponibilità di letti?
- Sì, due - mi faccio garante.
- Bene! Fra pochi minuti i portantini saranno lì con un paziente.
La comunicazione s'interrompe.
Il medico ha riposto la cornetta senza concedere alcun'altra informazione.
Il reparto in cui presto servizio è di tipo specialistico.
Qui confluiscono le urgenze che hanno come pertinenza l'apparato genito-urinario.
Sempre più spesso, specie di notte, accogliamo soggetti affetti da perversioni.
In un recente passato ho assistito al ricovero di pazienti con patologie davvero particolari come nel caso di un uomo che alla ricerca di un piacere solitario, si era infilato nell'uretra un metro di sottile filo elettrico.
Per sua fortuna il chirurgo, superando non poche difficoltà, era stato in grado d'estrarlo in endoscopia dalla vescica dove si era raggomitolato su se stesso.
Non più tardi di venti giorni fa si è presentato al Pronto Soccorso un paziente con il pene completamente scorticato.
L'uomo ha dichiarato di essersi procurato quel tipo di lesione girando nudo per casa.
A suo dire una porta dell'abitazione, sospinta dal vento, gli aveva schiacciato il pene contro lo stipite.
Dopo gli accertamenti del caso è stato appurato che le cause del danno erano da attribuirsi a morsi di animale, probabilmente di un cane: il suo.
Alla luce di questi precedenti ogni volta che sta per giungere un'urgenza, sono preda di una certa apprensione, specie di notte quando in reparto sono l'unica infermiera in servizio.
Mi dirigo nella camera del medico accolta da una caterva di male parole e gli comunico che sta per giungere un nuovo ricovero.
Faccio ritorno in reparto e mi ritrovo dinanzi la porta dell'ascensore nell'attimo in cui due portantini spingono una barella fuori del vano mobile.
Impazienti di sbrigare il loro servizio nel minore tempo possibile chiedono dove possono deporre lo sgradito ospite.
Il viso dell'uomo è segnato dalla sofferenza e dal dolore.
Faccio cenno ai due di seguirmi e li conduco nell'ambulatorio delle emergenze.
Poco dopo sopraggiunge il medico di guardia.
Legge il foglio d'accompagnamento rilasciato dai medici del Pronto Soccorso, poi si rivolge a me.
- E' un caso di priapismo.
Rimasti soli col nuovo ospite iniziamo a spogliarlo degli indumenti.
Ogni suo movimento è accompagnato da gemiti di sofferenza.
Impieghiamo un po' di tempo prima di riuscire a calargli le mutande.
Quello che appare ai nostri occhi non è un gran bello spettacolo.
Il pene, di dimensioni superiori ai 20 cm, si erge dritto come se fosse un'asta.
Il colorito è bluastro, probabilmente per il persistere di sangue venoso all'interno dei corpi cavernosi.
Il tessuto ematico non riesce a defluire correttamente nel circolo venoso causando la tumefazione dell'organo sessuale.
- Mi spieghi, con calma, cosa le è successo - chiede il medico.
Intimorito ed imbarazzato dall'inusuale situazione l'uomo inizia a raccontare.
- Dottore, anche lei è un uomo.
Può bene immaginare come vanno certe cose.
Stavo facendo l'amore ed avevo il pene duro come poche altre volte, ma non riuscivo ad eiaculare.
M'impegnavo, ma non venivo.
Ho continuato mezz'ora a cavalcare la mia donna, poi ho percepito un certo dolore.
Ho estratto il pene dalla vagina e solo allora ho notato il colore bluastro dell'epidermide.
Ho lasciato trascorrere un po' di tempo nella speranza che il pene si sgonfiasse, ma non c'è stato niente da fare.
Più trascorreva il tempo, più il pene diventava scuro ed aumentava il dolore, così ho deciso di recarmi al Pronto Soccorso.
- Ha fatto uso di sostanze eccitanti?
- Bhè... Un'ora prima del rapporto ho ingerito alcune compresse di Viagra.
- Quante? Spero che sia a conoscenza che esistono confezioni con dosaggi differenziati da 25-50-100 mg.
Una dose massiccia potrebbe provocare gravi disturbi.
- Credo di averne ingerito cinque compresse da 100 mg.
Ci tenevo a fare bella figura, non capita tutti i giorni di trovarsi fra le braccia una donna come quella che avevo nel mio letto.
Ascolto la conversazione con una certa indifferenza, ma dopo quest'ultime rivelazioni inizio a seguire i loro discorsi con più attenzione.
L'uomo è un tipo sulla quarantina d'anni, con i capelli leggermente brizzolati specie sulle tempie.
Gli abiti accartocciati ai piedi del letto sono eleganti e raffinati.
Il viso, spigoloso e asciutto, si coniuga alla perfezione con il corpo muscoloso e all'apparenza agile.
Distratta dai miei pensieri sono riportata alla realtà dalle parole del medico.
- Si rende conto che ha ingerito una dose massiccia e pericolosa?
I danni avrebbero potuto essere ben più gravi, ma chi glielo ha fatto fare?
Il paziente resta muto, una lacrima gli riga la guancia.
Gira il capo sul cuscino per nasconderla, ma è troppo tardi.
- Lo mettiamo a letto - ordina il medico rivolgendosi a me - possibilmente in una camera singola.
Somministragli 10 gocce di Contramal ogni 12 ore, inoltre fagli un impacco di pomata di Voltaren attorno al pene.
Fai attenzione a non depositare la pomata sul glande.
La mucosa è sottile e delicata, il farmaco potrebbe provocare delle irritazioni.
Ah... metti anche una borsa di ghiaccio sulla parte dolente.
Domani il primario dirà cosa è meglio fare.
Provvedo a fare indossare al paziente un camice di carta e lo trasbordo sulla barella, dopodiché lo conduco in camera.
Per evitare che il pene venga a contatto con le lenzuola, inserisco un archetto metallico a livello del bacino, in modo da lasciarlo libero nei movimenti.
Avvolgo attorno al pene alcune garze impregnate di Voltaren e vi deposito sopra la borsa di ghiaccio.
Prima d'uscire dalla stanza mi viene spontaneo porgergli un bacio sulla guancia, per il quale mi ringrazia.
Torno in clinica dopo che ho goduto del turno di riposo settimanale.
- Tutto bene? - Chiedo a Sandra, la mia collega di lavoro, quando prendo servizio - A proposito, come sta il paziente col priapismo? E' andato a casa?
- Purtroppo no! Non sta bene. Ha un dolore atroce, lo potrai costatare di persona quando andrai a medicarlo.
Ci scambiamo le consegne e dopo che se n'è andata eseguo un giro del reparto per verificare se i pazienti hanno problemi.
- Come sta signor Cervetti - dico, appena varco la porta della stanza del malcapitato.
Il viso del paziente non è dei più allegri.
Se al momento del ricovero mi aveva dato l'impressione di essere solo preoccupato ora appare addirittura terrorizzato.
Inizia subito a piangere.
Le lacrime gli scendono copiose sul volto e disegnano rivoli gemmati sulle guance.
La scena mi commuove.
Mi siedo al bordo del letto e gli accarezzo le guance asportandone le lacrime.
- Sono contento che lei sia tornata. Sto male, molto male.
- Non stia a fare il tragico. Le cambio la medicazione e vedrà che starà meglio.
Scopro le lenzuola e tolgo l'archetto metallico che serve a tenere sollevato il lenzuolo.
Delicatamente asporto le garze.
Il pene appare di un colorito più violaceo rispetto a quando l'avevo visto l'ultima volta.
Con difficoltà cambio la medicazione provocandogli un certo dolore.
- Signor Cervetti, non deve preoccuparsi.
Domani mattina, come ho avuto modo di leggere in consegna, la sottoporranno ad un piccolo intervento chirurgico.
Lo farà in anestesia locale, dopodiché tutto tornerà normale.
- Dice così per incoraggiarmi, lo so che non sarò più come prima.
- Bhè! Di certo non potrà sostenere la stessa attività che l'abuso di Viagra le consentiva, ma ritornerà ad essere una persona normale, glielo assicuro.
Ho già assistito pazienti con patologie analoghe alla sua.
- Lei è molto dolce, ma come posso crederle.
- Deve avere fiducia, vedrà che tutto si risolverà per il meglio. La saluto, auguri per domani. Ciao! Ciao!
Lo lascio imprimendogli un bacio sulla fronte, poi esco dalla camera.
Sono trascorsi dieci giorni dall'intervento chirurgico con cui è stata disostruita la causa meccanica che provocava l'ostruzione dei corpi cavernosi.
Il rapporto che intrattengo col signor Cernetti si è fatto confidenziale, così quando ho un attimo di tempo mi reco nella sua stanza per tenergli compagnia.
Prendendo servizio per l'ennesimo turno di notte apprendo dal libro delle consegne che le sue dimissioni sono prossime.
- Allora ci siamo. Domani è il gran giorno. Finalmente te ne torni a casa, sarai felice no?
Roberto, questo è il suo nome, sta supino sul letto e mi guarda con occhi lucidi.
Da giorni non sono più abituata a vederlo così triste.
Improvvisamente inizia a piangere come un bambino.
- Sono un fallito, non riuscirò mai più ad avere rapporti con una donna.
Presa da sentimenti materni mi siedo al lato del letto ed inizio ad accarezzargli il dorso della mano che tiene distesa sopra il copriletto bianco.
Appoggio la guancia sulla mano e inizio a sfiorarla con le labbra inondandola di baci.
Afferro l'elastico del pigiama e lo abbasso facendo scivolare i pantaloni ai suoi piedi.
Ha le gambe pelose, proprio come piacciono a me.
Mi getto a capofitto fra le cosce e inizio a leccarle, stuzzicandolo di tanto in tanto con dei morsi alla radice dei peli.
Il gonfiore sotto gli slip non mi trova impreparata.
Mi alzo in piedi e con disinvoltura abbasso il tessuto delle mutande verso il fondo del letto.
L'uccello che soltanto pochi giorni prima mi aveva impressionato per la deformità ora si erge pieno di grazia.
Mi fermo ed osservo le forme di colorito bruno ed immacolato che lo caratterizzano dopo che l'intervento lo ha rimesso a nuovo.
La mia bocca, golosa ed avida, piena di saliva, anela ad assaporare quel rotolo di carne.
Inizio con lo strofinare le dita sullo scroto e ne soppeso la consistenza.
D'impulso provo a leccargli le palle, poi senza fretta risalgo alla radice dell'uccello, fino alla cappella.
Ad ogni leccata sento il corpo di Roberto vibrare di piacere e questo accresce il desiderio di mordergli la cappella.
Stringo il cazzo fra le dita e inizio a farle scorrere, lentamente sulla superficie del cazzo.
Inumidisco la cappella con la saliva per rendere più facile lo slittare della mano.
Quando la punta della lingua sfiora la cappella, l'uomo emette gemiti di piacere.
- Si... Si... Mi piace... mi fai godere, mi fai godere.
Lecco l'uccello e massaggio le palle come una forsennata.
Estasiata ho persino l'impressione di perdere i sensi e smarrire il lume della ragione, preda di un delirio d'irresistibile piacere.
Le pulsazioni dell'uccello paiono accelerarsi a contatto con le mie dita.
Lo infilo nella mia bocca avida e lo succhio.
Un movimento sussultorio del suo bacino accompagna la penetrazione nella gola.
Le mie mani e le labbra entrano in simbiosi con il movimento delle sue anche.
Il cazzo entra ed esce dalla mia bocca in maniera rapida.
Con la lingua sfioro l'orifizio uretrale solleticandolo ed offrendogli nuovi piaceri.
Tengo fermo il cazzo con la mano ed inizio a leccargli il frenulo.
Sento l'uccello contrarsi in spasmi d'inaudito piacere.
Lo ingoio fino a spingerlo contro le adenoidi nel fondo della gola.
Con le labbra posso sfiorarne la radice, tanto l'ho ingurgitato.
E' gradevole assaporare il profumo che emana un cazzo quando è sfregato, ha una fragranza tutta particolare che emana solo negli attimi che precedono l'eiaculazione.
Lo sento contrarsi e subito dopo sborrarmi in bocca.
L'uomo irrigidisce il corpo trascinandomi con lui in un vortice di piacere.
Ho un orgasmo e mentre gusto il seme ne ho un altro ed un altro ancora.
Dopo avermi sborrato in bocca non lo estrae fuori subito facendo in modo che possa godere fino alle ultime pulsazioni.
Non lascio disperdere alcuna goccia del prezioso nettare.
Lecco con cura quel poco che n'è fuoriuscito dalle labbra.
Infine l'uccello perde di consistenza.
Roberto è perfettamente guarito ed è tornato normale.
Mi rialzo dal letto ed apro i bottoni del camice.
Prendo da una tasca una forbice ed abbasso un po' le mutandine.
Taglio un ciuffo di peli attorno alla fica e glieli porgo.
Lo saluto, sicura che non lo rivedrò mai più.
Noi infermiere viviamo costantemente circondate dalla sofferenza e dal dolore, ma non riusciamo mai a farci l'abitudine.
Ecco perché abbiamo tanto bisogno d'amore.

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