MANIPOLAZIONI INDECENTI

Una rapida corsa dalla Malpensa al casello autostradale di Parma mi ha condotto, dopo 12 ore di viaggio, fino a casa.
Il tempo di scaricare le valigie, catapultarmi sotto la doccia, dopodiche' sono pronta a prendere servizio in ospedale.
Tre ore sono trascorse dal momento in cui sono scesa dall'aereo di ritorno dal Mare dei Carabi e gia' sento nostalgia di quelle spiagge.
Una vacanza programmata da qualche tempo, rimandata piu' volte perche' non riuscivo a fare coincidere le ferie con quelle di Elsa, la mia compagna di viaggio.
Il mestiere d'infermiera e' un tipo di professione molto impegnativo.
Si lavora in un ambiente segnato dalla sofferenza e dal dolore.
Turni di lavoro stressanti, articolati in otto ore al servizio degli altri.
Non conosco giorni di festa, effettuo i riposi settimanali quando capita, lavorando a Natale, Capodanno ed ogni festa comandata.
C'e' chi afferma che fare l'infermiera sia un mestiere logorante, ma ricco di molte soddisfazioni.
Quello che so e' che da poco ho compiuto venticinque anni e non so per quanto tempo proseguiro' ad esercitare questa professione.
Attraverso la citta' alla guida della mia Opel Tigra.
Le strade a quest'ora della sera non sono trafficate.
Impiego una decina di minuti per raggiungere l'ingresso dell'ospedale.
Parcheggio l'auto nell'area di servizio e proseguo a piedi fino alla clinica.
Quando entro nello spogliatoio manca una decina di minuti alle dieci.
Ripongo gli indumenti nell'armadietto e infilo le autoreggenti bianche che sono solita indossare quando presto servizio in clinica.
Sotto la divisa serbo solo le mutandine di seta e null'altro.
La consistenza delle mie tette e' solida.
Lavorare senza reggiseno genera in me un senso di liberta' e mi fa sentire piu' a mio agio nei movimenti.
Le dimensioni delle tette sono regolari, per niente paragonabili per grandezza a quelle di certe maggiorate che quotidianamente compaiono sulle pagine di molte riviste patinate.
Ma sono sode e i capezzoli puntano decisamente all'insu'.
Finisco di vestirmi aggiustandomi il velo sopra il capo.
Prima di salire in reparto do' un'occhiata alla mia immagine riflessa nello specchio.
Osservo la cavita' che separa le tette e faccio uscire alcuni bottoni dalle asole in modo da mettere in evidenza le due rotondita' che sbocciano nella scollatura.
Mancano pochi minuti alle dieci quando raggiungo il reparto.
Le mie colleghe se ne stanno raggruppate in guardiola nell'attesa del mio arrivo.
- Ciao a tutte. Novita'? - Chiedo appena mi affaccio sulla porta della guardiola.
- Cavoli come sei abbronzata! - Esclama Giulia - sembri Naomi Campbell.
- Complimenti! Questa vacanza ti ha fatto proprio bene - l'interrompe Eleonora.
La conversazione va avanti per alcuni minuti.
Mi chiedono se ai Carabi c'era bel tempo e se ho avuto occasione di flirtare con qualche ragazzo.
Glisso sull'ultima domanda e cambio argomento di conversazione.
Per nessun motivo voglio farle partecipi delle mie avventure.
- Parlatemi del reparto piuttosto - dico, mentre con le dita scorro le pagine del libro delle consegne.
- Tutto tranquillo? Oppure ci sono novita'?
- No. Nessuna novita', la notte dovrebbe essere tranquilla. Beh, ora ti saluto me ne torno a casa - sbotta Giulia, che nel frattempo si e' avvicinata in prossimita' della porta d'uscita ed ha tolto dal capo il velo.
- Ah... dimenticavo. Nella stanza dei carcerati c'e' un detenuto. Niente di grave. Ha solo due polsi rotti che gia' gli sono stati ingessati. Domani mattina dovra' eseguire un piccolo esame di laboratorio, troverai ogni spiegazione nel quaderno dei prelievi.
Giulia si lascia sfuggire un sorriso sibillino di cui non afferro il significato.
Entrambe mi salutano agitando la mano e spariscono dalla mia vista.
Il periodo che precede il Natale e' per tradizione tranquillo.
Il numero dei degenti ricoverato e' minimo rispetto alla capienza del reparto.
Prima di perdermi a leggere il quaderno delle consegne effettuo una perlustrazione in corsia per verificare che i degenti affidati alle mie cure riposino tranquillamente.
Due guardie carcerarie piantonano la porta della camera di degenza che ospita il detenuto.
I militari se ne stanno seduti sulle sedie e conversano fra loro.
Paiono annoiati, probabilmente il servizio che devono espletare non deve essere di loro gradimento.
Nell'ospedale esistono solo due camere di degenza adibite ad ospitare detenuti.
Una e' situata presso il reparto di medicina, l'altra e' sistemata qui, in chirurgia.
Il locale puo' ospitare un solo letto, in casi eccezionali ne ospita un secondo.
Le due finestre della camera, che sta al terzo piano dell'edificio, hanno solide inferriate e risulta impossibile per qualche detenuto fuggire da li'.
- Che reato ha commesso il vostro detenuto? - Domando con finta noncuranza.
Il piu' giovane dei due e' il più lesto a rispondermi.
- Non si preoccupi signorina. Non c'e' niente da temere. E' un povero diavolo - prosegue con accento meridionale - alcune sere fa e' stato aggredito da tre albanesi. Per difendersi ha afferrato una sbarra metallica ed ha colpito alla testa uno di loro. Mentre fuggiva e' caduto da un muro alto poco piu' di tre metri e si e' fratturato entrambi i polsi.
Entro nella camera.
La luce posta al di sopra della spalliera del letto e' accesa.
Un giovane di circa trent'anni, di carnagione scura e di corporatura piuttosto alta, occupa per intero il letto.
- Buonasera, tutto bene? - Dico sorridendo per metterlo a suo agio.
- Si, grazie, nessun problema - mi fa lui.
Ho l'impressione che non abbia voglia di conversare.
Lo saluto e mentre sto per andarmene gli auguro la buonanotte.
Raggiungo la guardiola e consulto il quaderno delle consegne, dopodiche' inizio a preparare il necessario per i prelievi che andro' ad eseguire domani mattina.
Il lavoro consiste nell'appiccicare etichette di diverso colore sulle provette, contrassegnarle con nome e cognome del paziente e suddividerle per tipo d'esame.
Un tipo di lavoro noioso che sono solita eseguire all'inizio del turno di lavoro, in modo da trascorrere il resto della nottata in tranquillita'.
Scorro l'elenco degli esami ed inizio ad incollare le etichette.
Ho un sussulto nel momento in cui leggo il tipo d'esame cui dovro' sottoporre il paziente del letto numero 15, quello del detenuto.
La richiesta del medico è chiara.
ESEGUIRE AL SIG. GIANCARLO FERRARI PRELIEVO PER ESAME DI SPERMIOGRAMMA E SPERMIOCOLTURA.
L'esame di per se' e' piuttosto semplice.
Il paziente, dopo essersi masturbato, deve depositare lo sperma in una boccetta sterile.
Nel mio caso il problema e' piuttosto serio poiche' il detenuto ha le entrambe le mani ingessate.
Questo tipo di manovra e' eseguita normalmente dai pazienti stessi o da un loro famigliare.
Se fosse presente la fidanzata o un parente qualsiasi non avrei difficolta' a dire loro di aiutare il paziente a sostenere l'esame.
Mica posso chiedere alle guardie carcerarie di fargli una sega!
Tolgo dal carrello la cartella clinica del detenuto.
Sfoglio una ad una le pagine per verificare che il paziente non sia portatore di malattie infettive.
Leggo con cura l'anamnesi compiuta dal medico, poi consulto risultati degli esami del sangue e delle urine che risultano essere nella norma.
Sono le due di notte.
Mancano poche ore all'alba.
Assolutamente devo trovare una soluzione al mio problema o perlomeno inventare qualcosa.
Come diavolo faccio! Mica posso presentarmi da lui e dirgli: - Stia comodo sul letto, calmo e disteso che adesso le faccio una bella sega. Eh no!
Dando per scontato che la sottoscritta per poco piu' di due milioni e mezzo di stipendio al mese masturbera' questo tizio, sara' bene che reperisca il materiale necessario alla mia opera.
Per prima cosa ho bisogno di procurarmi del sapone liquido detergente.
Mi sara' utile nell'eseguire il lavaggio del pene, soprattutto nella pulizia del glande.
Inoltre mi occorre una salvietta pulita, perche' dovro' pure asciugarglielo sto benedetto cazzo dopo che l'avro' masturbato o no?
Mi servono anche dei guanti in lattice.
L'indossero' al momento opportuno, appena prima "dell'intervento".
Forse dovrei procurarmene due paia, tenendone uno di riserva, non si sa mai.
Inoltre mi occorre un barattolo di plastica sterile.
Lo terro' a portata di mano, in modo da farvi defluire il seme, evitando d'insozzare il copriletto.
Nella cartella clinica c'e' scritto che il paziente e' stato avvertito dell'esecuzione dell'esame.
E' un vero peccato che a parita' di diritti la sottoscritta non sia stata avvertita.
Ora capisco il perche' di quel saluto sibillino da parte di Eleonora e Giulia al momento del loro commiato.
La notte è lunga a morire.
Il pensiero della prestazione che andro' ad eseguire mi accompagna per tutta la nottata fino all'alba.
Le luci del mattino fanno capolino fuori della finestra.
Il carrello con l'attrezzatura e' pronto.
Dinanzi alla porta del detenuto le due guardie carcerarie stanno puntellate col capo al muro del corridoio nell'attesa che giunga il cambio turno.
Sono emozionata, mi tremano le gambe.
Il cuore mi pulsa a ritmo accelerato.
Avverto le due guardie di non entrare durante l'esecuzione del prelievo che andro' ad eseguire, senza specificare in cosa consista.
Il detenuto e' addormentato.
Mi avvicino e con una mano gli scrollo una spalla.
- Signor Ferrari! Si svegli. E' mattina. Dobbiamo eseguire l'esame che il medico le ha prescritto. L'uomo si gira e si mette disteso, a pancia in alto.
- Sono pronto. Mi dica come mi debbo posizionare. Questa posizione e' comoda per lei?
Lo guardo attentamente in viso.
I caratteri sono quelli di una persona distinta e curata.
All'apparenza e' sereno.
Gli occhi, di colore marrone scuro, sono semicoperti da una frangia di capelli che scende lungo la fronte.
- Non si preoccupi e lasci fare tutto a me. Scopra le coperte. Abbassi pigiama e le mutande fino ai piedi.
Un sorriso compare sulle sue labbra.
- Se potessi fare questa operazione sarei anche capace di effettuare l'esame da solo - sospira - con le mani ingessate non sono in grado di poterlo fare.
- Va bene, ci penso io - rispondo.
Afferro l'elastico del pigiama e anche quello delle mutande.
Li abbasso congiuntamente.
Cio' che vedono i miei occhi e' impressionante.
L'oggetto di carne che pochi istanti prima stava nascosto sotto il tessuto del pigiama rasenta la perfezione.
Non so nascondere l'emozione.
Il pube e' completamente rasato e privo di peli.
Un cazzo di colore bruno fa bella mostra di se'.
Le sue dimensioni sono di 15-18 centimetri nella posizione di riposo.
- Ora procedero' alla pulizia del pene. Lei stia rilassato. Finiremo in un attimo - dico con fare professionale.
Dopo avere infilato i guanti in lattice cospargo alcune gocce di una soluzione di clorexidina sopra una garza e procedo a lavare l'epitelio del membro.
Prima di procedere in quest'oneroso compito, per cui sono mal pagata, dispongo alcuni teli di stoffa verde attorno all'area da pulire.
Friziono la parte prossimale del membro vicino alla radice usando molta delicatezza.
Mi sposto sullo scroto e noto che ha un colorito piu' scuro del pene.
Un piccolo neo fa mostra di se' sul testicolo di destra.
Cospargo di sapone la zona attorno l'ano avvolgendo di schiuma i testicoli.
Un fremito percorre le gambe dell'uomo ed e' chiaro sintomo della sua irrequietezza.
Afferro l'uccello con le dita di una mano, mentre con l'altra friziono il glande usando una garza.
Il delicato strofinio fa aumentare a dismisura le dimensioni dell'uccello.
I corpi cavernosi, riempiti di sangue, pulsano in maniera cosi' robusta che sono in grado di percepirli nel palmo della mano.
Porto a termine questa prima fase del lavoro e asporto il sapone depositato sull'uccello con una garza imbevuta d'acqua tiepida.
Terminata questa fase ha inizio la parte piu' difficile del mio compito.
- Ora signor Ferrari andro' ad eseguire la parte piu' delicata. Quando avrà la percezione che sta per eiaculare mi avverta per tempo, mi premurero' di avvicinare il contenitore sterile al pene e vi faremo defluire dentro lo sperma. Va bene?
- Si... Certo - annuisce.
Il mio respiro, gia' affannoso, si fa ingombrante.
Ho le tette gonfie e le punte dei capezzoli penetrano il tessuto del camice.
Afferro l'uccello e inizio a masturbarlo.
I movimenti della mia mano sono lenti, ma decisi.
Ho preso posto di fianco al letto, con le spalle girate al paziente, in modo che lui possa vedermi in viso solo parzialmente ed io non mi senta imbarazzata dal suo sguardo.
Sono eccitata.
La saliva mi scorre copiosa nella bocca e inizio a deglutirla.
Ho le cosce gocciolanti di liquido della fica in calore.
Non riesco a dominare l'eccitazione.
Il movimento della mia mano accelera inconsciamente.
Vorrei disfarmi dei guanti, gettarli dalla finestra, afferrare con le mani nude questo gioiello della natura, succhiarlo, lambire con la lingua il glande ed ingurgitarlo in gola fino alla radice.
Per facilitare l'eiaculazione tocco con l'altra mano i testicoli che nel frattempo sono diventati gonfi.
Sono momenti d'irrefrenabile piacere.
L'uccello ha raggiunto il massimo vigore, il glande e' viola per l'eccitazione.
Presa da questi pensieri sono riportata alla realta' dalle parole del detenuto.
- Vengo... Vengo - grida l'uomo.
Faccio appena in tempo ad afferrare il barattolo.
L'uomo, dopo i primi fremiti di piacere, inizia ad eiaculare.
La sborra scende copiosa dall'orifizio uretrale, depositandosi nel contenitore.
Avrei voglia d'ingoiare con la lingua tutto quel ben di Dio.
A stento riesco a dominarmi.
Terminato l'esame gli asciugo il membro.
Ripongo al loro posto pantaloni e mutande e lo copro col lenzuolo.
Rimiro il barattolo che sta appoggiato sul carrello delle medicazioni e constato che contiene all'incirca 5-6 cm/cubi di sperma.
Tolgo i guanti di lattice e mi giro verso di lui.
- Ciao! - Sussurro.
Esco dalla stanza e torno in guardiola.
Vivo costantemente circondata dalla sofferenza e dal dolore ma non riesco a farci l'abitudine.
Ecco perche' ho tanto bisogno d'amore.

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